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Deutsch Drahthaar


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Esperienze con il Bracco Tedesco, "Deutsch Drahthaar"
Di Paolo Andrea Sangiorgi

Il mio primo contatto con questa razza risale al 2002, quando il carissimo amico Orazio decise di donarmi un cucciolo per contraccambiare al pointerino che gli avevo dato un paio di anni prima.
All’epoca praticavo la caccia in zona Alpi e le giornate dedicate alle uscite con i miei pointer si potevano contare sulle dita di una mano, quindi accettai volentieri il piccolo Argo, pensando che la rinomata poliedricità di questi cani mi permettesse di insidiare i cinghiali, unici ungulati cacciabili con l’ausilio del cane, quando la tipica alpina avesse raggiunto i piani di prelievo consentiti.

Argo a tre mesi. Foto di titolo: Argo da adulto.

Infatti, già dai primi mesi il piccolo Argo fu presentato al cospetto della selvaggina di pelo che arrivava dalla montagna (caprioli, cervi, cinghiali) alla quale dimostrava molto interesse tanto che mi aiutò spesso e volentieri nell’atto di spellatura della spoglia… gli davo un lembo di pelle in bocca e lui iniziava a tirare come un pazzo rendendomi più facile il compito.
Durante la crescita il cucciolo dimostrava un’altra peculiarità tipica della razza, ovvero l’attaccamento al padrone, arrivando spesso ad obbligarmi a strategie di fuga solo per poter andare in bagno senza fargli abbattere la porta per raggiungermi...
Con la fine della stagione venatoria decisi, visto l’evolversi venatorio del piccolo, che la mia idea di utilizzarlo solo a cinghiali non era del tutto sensata, quindi iniziai a portarlo a conoscere anche tutti gli altri animali cacciabili che popolano le campagne del mio paese riscontrando da subito una venaticità inaspettata del soggetto.
Così iniziai un addestramento rivolto anche alla selvaggina di penna con tutto il discorso di ferme, filate e riporti necessari ad ogni cane/cacciatore che si rispetti, notando inoltre una incredibile facilità di addestramento anche per quanto riguarda l’educazione del soggetto.

Argo alla Coppa Italia.

Rimasi così entusiasta dalle emozioni “all round” di questo cane che decisi definitivamente di abbandonare il “signore del vento” (che per le sue peculiarità di razza rimaneva troppo limitato a muoversi nelle mie campagne) per eleggere a mia razza prediletta il Deutsch Drahthaar.
Da allora ho avuto cinque soggetti sotto mano, tre miei: Argo, Fosca (morta investita da un treno a soli 18 mesi per la troppa voglia di cacciare) e Mira, e due del mio compagno di caccia Pietro : Faruk e Buffy (figlia di Argo), e ne sono rimasto stregato per l’incredibile adattabilità ai vari selvatici che ogni volta si trovano a cacciare.
Pian piano mi sono avvicinato al “magico mondo VDD” (come lo chiamo io) e ho iniziato a vedere le prove tedesche come un percorso al quale ogni singolo drahthaar deve tendere per mantenere tutte le caratteristiche per il quale è stato creato.
Personalmente penso che in Italia questa razza (forse per l’utilizzo limitato alle prove di alcuni allevatori) sia leggermente “fraintesa” dalla stragrande maggioranza degli “addetti ai lavori”; sia a caccia che in prova si sente troppo spesso parlare solo di aggressività, mordacità e non si riesce a far digerire alle varie giurie
la predisposizione alla pista indispensabile ai vari compiti che un soggetto valido deve essere in grado di svolgere.

Faruk

Io comunque continuerò ad addestrare alla tedesca ed utilizzare i miei soggetti in tutte le varie situ-azioni di caccia che posso permettermi di praticare nel mio paese, dalle quaglie agli ungulati passando per i recuperi di nocivi feriti e riporti dall’ acqua profonda, senza disdegnare qualche parentesi dedi-cata alle prove sia Enci che tipo S.Uberto, in modo da pubblicizzare correttamente questa razza che una volta conosciuta profondamente ed utilizzata a caccia lascerà una traccia indelebile nello spirito di ogni cacciatore.
Proprio il discorso “prove Enci” in Italia è il maggiore imputato nella diversificazione di metodologie di addestramento, che per molte razze (soprattutto nel drahthaar) è stato deleterio proprio per il compito richiesto al cane durante lo svolgimento del turno, ovvero la cerca ordinata (lacets), la presa di punto perentoria e l’immobilità al frullo.

Argo e Faruk

A mio avviso queste tre fasi dovrebbero essere gestite e valutate in modo che il cane dimostri le sue doti naturali e non solo il risultato di un costante e rigido addestramento.
In altre parole: il famoso “nella nota del concorso” dovrebbe permettere ai vari giudici di turno di riconoscere lo stile di ogni razza a cui appartengono i vari concorrenti e premiare il cane che più si è avvicinato alla perfezione sempre rimanendo all’interno dei canoni dettati dallo standard stesso.
Per esempio, per rincorrere giudizi puntati solo all’estetica e non alla sostanza, si sono visti pointer non accostare il selvatico con i bellissimi e tipici “colpi di spada”, bracchi e spinoni italiani perdere quel riporto spontaneo che li aveva fatti diventare insostituibili ausiliari nel dopoguerra, drahthaar non recuperare e non entrare in acqua nemmeno per seguire il proprietario nelle afose giornate estive……

Buffy, figlia di Argo

Credo che rischiare un patrimonio genetico (che si è cercato di conservare da almeno 100 anni proprio perché è stato l’obbiettivo perseguito fin dall 'inizio della storia del deutsch drahthaar) solo per vincere un campionato di lavoro (limitato a mio avviso) o solo per sfornare continue cucciolate a scopo economico non sia il miglior modo per tutelare una razza, mante-nendola inalterata nelle sue caratteristiche anche nel prossimo futuro…
Waidmannsheil.

 

Tutte le foto: Paolo Andrea Sangiorgi

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