Perché le donne tedesche fanno le cacciatrici?
Di Sabine Middelhaufe

Indipendentemente dal fatto se siamo per o contro la caccia o indifferenti verso l’argomento, tutti noi abbiamo un’immagine generale del cacciatore: si veste di verde, ha la pancetta, è di mezz’età o oltre e

tendenzialmente è autoritario e non senti-mentale. Se è vero che usa il fischietto per il cane anche per mandare la moglie a fare la cuccia non lo sappiamo, ma non ci sorprende-rebbe.
Della variante femminile del genere “caccia-tore”, solitamente, non abbiamo nessun’imma-gine, poiché la maggior parte di noi non sa nemmeno che esiste.
Dunque, come potrebbe essere la cacciatrice tedesca? Una specie di formidabile valchiria con i baffetti? Oppure una Diana eterea in veste svolazzante di Gore-tex? E chi deve

preparare l’arrosto di cinghiale a casa sua, il marito?
Scherzi a parte, sempre più donne tedesche scoprono il fascino dell’arte venatoria, conseguono la licenza di caccia, partecipano alle battute, addestrano i cani. Qual è il loro movente? Cosa ne pensano della caccia, dei cani, della protezione degli animali?

Ecco le risposte di cinque donne da diverse regioni della Germania che ho intervistato in primavera del 2007.
Anke Lange ha 43 anni, di professione fa la commerciante e
va a caccia dal 2001.
Sandra Jung, pasticcera 35enne è cacciatrice da due anni.
Christa Bodarwe, informatica specializzata, ha 39 anni e ha ottenuto la licenza da caccia in aprile 2007.
Sabine Hochhäuser, 45enne, per tanti anni ha lavorato come dirigente in una ditta americana produttrice di computer, va a caccia dal 2003 ed è socio attivo dell’associazione Kram-bambulli Jagdhundhilfe (Assistenza per cani da caccia).
Michaela Kuntzsch, 27 anni, è diplomata in scienza ed economia forestale ed ha ottenuto la sua licenza di caccia nel 2004.

Perché siete diventate cacciatrici?

Anke: Quando ero bambina, già mio nonno mi faceva conosce-re e apprezzare la natura, specialmente il bosco ed i suoi abitanti. Poi, per via del primo cane da caccia di mio marito e la mia femmina di Cocker Spaniel inglese ho cominciato ad in-


Anke Lange con uno dei suoi Springer Spaniel
teressarmi profondamente all’addestramento dei cani ed alla caccia. Spinta dal desiderio di comprendere più a fondo la natura ed i selvatici ho conseguito la licenza.
Sandra: Ho iniziato grazie al mio fidanzato. Lui era già cacciatore e mi dimostrò il fascino di quest’ hobby. La vicinanza alla natura e agli animali mi convinse a prendere la licenza.
Christa: Già da ragazzina mi sentivo fortemente attratta dalla natura e anche dal vivere la natura in prima persona, dalle tradizioni collegate alla nostra convivenza con la natura, dal rispetto per la vita e, sì, anche dalla soddisfazione di “raccogliere” la ricompensa per la nostra cura verso selvaggina. Andare a caccia è molto diverso dal comprare la bistecca al supermercato! Inoltre ero affascinata dal lavoro dei cani da caccia, dalla collaborazione uomo-cane, dalla gioia del godere insieme il successo di una lunga e dura giornata di caccia. Ma l’ultima spinta venne l’anno scorso da Rocky, il mio Kurzhaar ottenuto dalla protezione degli animali. Rocky è stato addestrato per il lavoro venatorio dal suo proprietario precedente ed è uno di quei cani che non stanno bene se non praticano la caccia. Quindi è per amore del mio Bracco tedesco che ho preso la licenza e già mi diverto a caccia con lui.
Sabine: Anch’io andavo matta per la natura, i cavalli e i cani da caccia già da piccola. Pur condivid-endo questa passione, nessuno in famiglia faceva il cacciatore. Così, chiusa la mia vita professionale attiva, mi decisi consapevolmente per un cane da caccia il cui addestramento mi portò quasi logicamente alla conclusione di dover prendere la licenza. Un passo, detto per inciso, di cui non mi sono mai pentita, perché la conoscenza complessa delle interazioni e i processi della natura fanno del giro in boschi e campi una passeggiata chiaramente più interessante; ti danno l’occhio acuto per l’osservazione della selvaggina e la consapevolezza della propria responsabilità.
Michaela: In quanto diplomata in scienza ed economia forestale andare a caccia fa parte del mio mestiere!

Sandra Jung.
Cacciatrici nelle riserve di caccia tedesche sono ancora un novum. Come hanno reagito i signori alla vostra partecipazione al corso venatorio?
Anke: Nel mio gruppo un terzo degli studenti erano donne. Sia gli inseg-nanti, sia gli altri partecipanti erano del tutto aperti e ci hanno accettati senza problemi.
Sandra: Anch’io ho avuto una bella esperienza.
Christa: Posso dire che da noi, tutti erano veramente contenti dell’arrivo della squadra femminile. Persino i cacciatori che mi conoscevano solo superficialmente o tramite un forum erano sempre disposti ad aiutarmi nell’addestramento del mio cane e nella mia formazione venatoria.
Sabine: Nessun problema neanche da noi.
Michaela: Durante lo studio il rapporto numerico fra i sessi era pressa-

poco 50 : 50, e quindi nessuno si stupiva che una donna volesse diplomarsi in scienza forestale. Nel corso venatorio c’era qualche donna in meno ma nessun problema per questo.
Avete avuto l’impressione che durante le prove per la licenza siate state trattate in modo di-verso dagli uomini?
Anke: No. E mi hanno dato gli stessi compiti difficili degli uomini.
Sandra: Direi di no, e credo valga anche per l’altra ragazza che ha sostenuto l’esame insieme con me.
Christa: Mi sembra di aver goduto di un trattamento un po’ privilegiato, almeno rispetto all’uso delle armi pesanti. L’insegnante di sparo per esempio è stato gentilissimo a offrire, alle donne meno robuste, le armi più facili da gestire e da utilizzare…
Sabine: Diversità nel trattamento? No. E perché avrebbero dovuto?
Michaela: Il nostro insegnante di tiro ci avvisò che, secondo la sua esperienza, le donne avrebbero fatto più fatica degli uomini nel reagire immediatamente durante gli esercizi di sparo. Bisogna agire piuttosto che riflettere. Ma non lo disse in senso offensivo; era un buon consiglio.

E nella prassi venatoria? C’è il cacciatore che ha pregiudizi contro le femmine col fucile?
Anke: No, anzi sono sempre stata la benvenuta, e poi, per via dei miei cani c’è sempre un buon motivo per par-lare e scambiarsi esperienze. Magari all’inizio della battuta qualcuno mi guarda un po’ strano, ma è la grande eccezione.
Sandra: Posso dire che non ho ancora incontrato pre-giudizi  o non ci ho fatto caso.
Christa: Le mie esperienze sono ancora scarse, ma fin-ora sono sempre stata trattata con gentilezza e
educa-zione.

Michaela Kuntzsch con i suoi Setter.
Sabine: No, nessun problema.
Michaela: Mi sembra che ci considerino colleghi, ciò che conta è di condividere le esperienze e di arrivare insieme allo scopo finale.
Ed al pasto post-battuta, all’arrivo della grappa, obbligatoria nelle fredde giornate di caccia, la signora cacciatrice si sente fuori luogo?
Anke: No, un bicchierino lo prendo anch’io ma poi basta. Devo dire che, almeno da noi, non si esagera con l’alcool durante le battute nemmeno quando fa un freddo cane. La cena che conclude la giornata è sempre allegra e cordiale e le donne sono benvenute. Siccome io, dopo la cena, devo ancora ritornare a casa in macchina il problema del bere troppo non si pone.
Sandra: Nessun problema!
Christa: Finora non ho visto girare la bottiglia di grappa durante le battute, non è permessa prima della chiusura. E alla cena, purtroppo, non ho visto granché perché dovevo sempre partire troppo presto.
Sabine: No problem.
Michaela: Sentirmi fuori luogo? Mai. Io amo quest’atmosfera post-battuta, quando si chiacchiera insieme, poi mi piacciono le tradizioni della messa in riga della selvaggina sparata, la musica dei corni, il cibo caldo e gustoso, e il vin brulé....
Secondo voi ci sono differenze fondamentali fra caccia -tori e cacciatrici nel senso che magari le donne hanno meno tempo libero per l’arte venatoria, o che sono meno interessate ai trofei, o che sono più sensibili… insomma cose del genere?
Anke: Beh, forse abbiamo effettivamente meno tempo per la caccia, ma per questo motivo mi godo gli inviti alle battute ancora di più. Confesso che a volte lascio i lavori di casa per poter andare nella nostra riserva e dedicarmi all’ addestramento dei miei cani. Sì, secondo me i maschi sono più “trofeo-dipendenti”, vogliono dimostrare i loro successi mentre le donne non ne parlano di continuo. Ma siccome posso comunque partecipare a queste discussioni, sono accettata, con trofeo o senza. Non mi pare che le femmine siano più sensibili ma tanti cacciatori si
rallegra-

Sabine Hochhäuser durante l'addestramento.
no della compagnia femminile perché, così dicono, si comportano meglio che fra soli uomini “duri”. E poi, qualche scherzo lo prendiamo bene anche noi.
Sandra: Mah, credo che ci siano uomini e donne che pensano solo al trofeo e in entrambi i sessi trovi persone più o meno sensibili.
Christa: Mi sembra, generalmente parlando, che un po’„strani“ si deve essere per andare a caccia. E’ come un virus che può prendere ugualmente uomini e donne… Rispetto al tempo libero, le cacciatrici che conosco personalmente hanno più occasioni di andare a caccia perché lavorano solo part-time. Almeno nel mio giro di conoscenze, sono anche più donne che non uomini ad arrivare alla caccia per via del proprio cane che richiede il lavoro venatorio. C’è un’ulteriore differenza che ho potuto notare, senza volerla generalizzare, naturalmente: le donne che conosco sembrano più determinate e coraggiose nello sparare ai selvatici feriti, cioè è come se comprendessero istintivamente che la selvaggina che gli passa davanti ha qualcosa che non va. Quindi sparano e il controllo dopo conferma la loro “diagnosi”. Fra l’altro fanno tiri molto precisi, ossia mortali. Non so se è perché sono più attente o perché vogliono fare bene al 100%....
Sabine: Essere un bravo cacciatore, per me, non dipende dal sesso della persona, ma dalla sua sapienza e capacità pratica. A tirare fuori dai rovi un cinghiale di 150 kg non ce la fa neanche un uomo da solo. Un compito invece che vedo realizzato bene dalla donna è nell’ambito delle pubbliche relazioni pro caccia, e particolarmente nel settore cinofilo.
Michaela: Non saprei, se uomini e donne sono tanto diversi. Voglio dire, ci sono maschi che se ne in-fischiano del trofeo, che hanno poco tempo per la caccia, che sono sensibili e ragionevoli, ed esiste l’esatto contrario, in entrambi i sessi.

Christa Bodarwe con Kurzhaar Rocky
Quando avete deciso di prendere la licenza di caccia, i vostri familiari, amici, colleghi di lavoro erano sorpresi e forse vi hanno anche criticato?
Anke: Mah, in generale c’è sempre un grande stupore quando mi confesso cacciatrice. Poi però, dopo una certa esitazione, la gente comincia a farmi delle domande sulla natura e sugli animali selvatici. C’è anche chi non crede una donna capace di andare a caccia, ma nessuno mi ha mai attaccato apertamente per la mia scelta, al di fuori di qualche discussione.
Sandra: Mentre la mia famiglia mi ha sostenuto nella mia decisione, alcuni amici non credevano

alle loro orecchie, che proprio io, tanto amante degli animali, ora vado in giro con il fucile…
Christa: Anch’io ne ho sentite di tutti i colori, eccome! Quando uno non comprende la mia scelta, va bene, sono affari suoi, ma a volte fui attaccata in un modo…"i cacciatori sono tutti stronzi e assassini” e roba del genere. Trovo queste situazioni piuttosto difficili da affrontare, perché non vengo da una famiglia di cacciatori. Poche persone, fra di loro i miei familiari, grazie al cielo hanno ascoltato le mie ragioni e le hanno comprese, anche se loro non avrebbero mai scelto di andare a caccia.
Sabine: Una certa incomprensione, da una parte la ricordo anch’io, ma dall’altra anche tanto sostegno. Alcuni che avevano dubbi circa la mia scelta, li ho convinti con un gustoso arrosto di capriolo!
Michaela: Beh, io non ho mai incontrato problemi, solo condivisione, e niente è più bello di mangiare a Natale l’arrosto di selvaggina con tutta la famiglia.
Avete un’idea di quante cacciatrici ci sono attualmente in Germania?
Anke: Non lo so con certezza ma direi il 15% dei possessori della licenza sono donne.
Sandra: Non saprei. Alcune centinaia forse?
Christa: In Germania quasi 350.000 persone hanno la licenza di caccia. La percentuale delle donne non la so, ma ho letto più volte che a ogni corso venatorio cresce il numero delle partecipanti al femminile. Nel mio corso eravamo un terzo. Anche l’età media dei praticanti dell’arte venatoria è in calo,  l’immagine del vecchio cacciatore barbuto, fra poco, non sarà più valida!
Sabine: Pur conoscendo un sacco di cacciatrici non ho la minima idea del numero totale.
Michaela: Nemmeno io lo so. Indovino comunque che si tratti di un quarto o un terzo.

Con cani di quale razza siete finora anda-te a caccia?
Anke: Springer Spaniel Inglese e Cocker Spaniel Inglese.
Sandra: Un incrocio di Bracco tedesco a pelo corto.
Christa: Io vorrei portare il mio Kurzhaar e forse il nostro Weimaraner un giorno impa-rerà la cerca sulla pista di sangue. Il mio sogno è un Drahthaar - quando mi sentirò pronta ad affrontarlo!
Sabine: Weimaraner e Kurzhaar.
Michaela: English Setter, Gordon Setter e Kurzhaar.

Anke Lange con un Springer Spaniel che riporta la volpe..
Il vostro cane da caccia l’avete acquistato da un allevatore o vi è già capitato di addestrare un cane proveniente dalla protezione degli animali?
Anke: No, finora non ho avuto cani dalla protezione.
Sandra: Il nostro Ayko proviene dalla protezione spagnola. Lui è un incrocio fra Kurzhaar e levriero e venne da noi all’età di 4 mesi. Siccome è da sempre malato di leishmaniosi, non può lavorare a pieno ritmo. E’ comunque un bravo cane da ferma, lavora benissimo nell’acqua e ha già svolto con successo alcune cerche sulla pista di sangue nella nostra riserva.
Christa: Tutti i miei cani da caccia arrivano dalla protezione e così rimarrà anche in futuro. Il mio Kurzhaar Rocky aveva già un po’ di esperienze di caccia e di vita, e anche se sembra che lo stia ad-destrando, in realtà è lui il mio maestro! Inizialmente era molto timoroso, ma si è ripreso dopo un paio di mesi a casa mia e poi mi ha spiegato la sua idea di vita: per uscite libere intendeva la caccia, per mangiare intendeva i gatti, e chiunque essere umano si opponeva a questo concetto finiva con le macchie blu e nere sul braccio e dei buchetti nelle mani. Ovviamente non condividevo questo suo modus operandi e cercai aiuto da alcuni cacciatori. Uno di loro, osservando il cane, scoprì il “diamante vergine” in Rocky. Quindi mi spiegò come lavorare con Rocky, come, all’inizio, sottometterlo senza mezze parole e come poi legarlo a me tramite il lavoro insieme. Devo dire che anche per me ogni passo dell’addestramento era un passo nuovo e ho dovuto imparare come Rocky. Il mio Weimaraner, sia detto per inciso, è l’esatto contrario: è malato ma non ha mai fatto brutte esperienze con il genere umano e così è molto più facile da gestire, da addestrare e da trattare correttamente.

Marti.
Sabine: Ho una femmina di Weimaraner comprata in allevamento che ho addestrato sia per la caccia regolare sia per l’uso come cane da soccorso. Poi ci sono due maschi dalla protezione: Marti, è un Kurzhaar proveniente dalla Germania che ho adottato all’età di 8 anni. Oggi Marti ne ha quasi 13 e si gode la vita da „pensionato“ a casa nostra. Ayk, un Weimaraner dalla Slowenia, arrivò da noi nell’ottobre 2006 mezzo morto di fame. Solo adesso, nella primavera del 2007, il suo stomaco ed intestino cominciano a funzionare correttamente. Ayk è iperattivo, soffre di estremi attacchi di panico e della paura di essere lasciato da solo. Per esempio grida come un matto quando lo porto in macchina, oppure quando, inosservata, lascio la stanza dove si trova in quel momento. Apparentemente nel suo paese di provenienza, hanno provato ad addestrarlo per la caccia  con conseguenze devastanti. Basta, per dirne una, fargli vedere gli attrezzi per l’addestramento al riporto che già Ayk si butta per terra terrorizzato… Finora ho solo cercato di stabilire una certa obbedienza
in Ayk, ma fra poco inizierà  da capo anche la sua “scuola di caccia”. Lo scopo è di fargli passare, in ottobre, con successo, la prova per l’uso venatorio pratico, senza la quale non potrei mai portarlo in riserva. Mi auguro che con il corretto addestramento e tanta dolcezza, riesca fargli riacquistare fiducia in se stesso e negli uomini. A parte questi cani, ogni tanto, ho degli ospiti in attesa di un nuovo padrone-cacciatore, poichè fungo da “casa di cura” per la nostra organizzazione, Krambambulli. Naturalmente non addestro gli ospiti fino al punto da poter affrontare le prove. Secondo le loro attitudini e problemi lavoro con loro entro i limiti del possibile. A volte sono cani da caccia che ancora non hanno imparato quasi niente, altre volte sono cani che hanno subito dei metodi di addestramento del tutto sbagliati…
Michaela: Ho un Setter inglese dalla protezione romena che arrivò da noi a due anni e mezzo e fece con successo le sue prove per l’utilizzo venatorio a cinque anni e mezzo… Il lungo periodo è stato dovuto ai tanti problemi che il cane si portò dietro: mordeva, non poteva stare da solo e aveva una voglia di caccia spiccatissima. Oggi tutto ciò è passato: è assolutamente affidabile a caccia e un buon cane per la famiglia. Il mio secondo cane è un Setter Gordon comprato da cucciolo in allevamento.
I Cacciatori hanno bisogno di cani che „funzionino“ alla perfezione. Non c’è il pericolo che il cane di-venti un mero strumento di caccia, come il fucile?
Anke: I miei cani sono amici e assis-tenti, non degli strumenti. Già per via dell’addestramento, della nostra co-operazione  e dei nostri successi, tipo il riporto della preda o la cerca sulla pista di sangue andata a buon fine, si sviluppa un senso di
cameratismo e si

Ayko di Sandra Jung.
vede che al cane piace il suo lavoro quanto a me.
Sandra: Condivido cosa dice Anke. Proprio per le esperienze che si fanno insieme a caccia il cane di-venta un vero compagno. E se poi, di notte, sono in cima al mio appostamento è tanto più bello col cane a fianco!
Christa: Penso anch’io che il lavoro che si fa insieme crea un legame fortissimo fra me e il mio cane. Quando vedo che fa bene il suo mestiere  sono felice e orgogliosa di lui, non hai idea! La cosa più bella per me è vedere quanto gli fa piacere cacciare insieme, e come diventa sempre più sicuro di se stesso. E poi: un cane da solo, come un cacciatore da solo, non vale niente, è il team che fa la caccia bella e valida.
Sabine: D’accordissimo! Vado a caccia con il mio cane come con un compagno di squadra. La sua affi-dabilità e disponibilità  a dare tutto, nasce dal legame che abbiamo e dalla fiducia reciproca.
Michaela: Giusto. Il cane del cacciatore, come lo interpreto io, non è uno strumento, ma un amico e collega. E come diceva Christa, solo insieme si ha successo a caccia. C’è il vecchio detto “ La caccia senza cane è una disgrazia”. Per me esprime anche il gran rispetto del cacciatore nei confronti del suo cane.
Scusate se insisto, ma per il non-cacciatore c’è quell’impressione che il cane da caccia rimanga pur sempre una specie di subordinato che non deve far altro che eseguire gli ordini impartiti dal padrone…
Anke: Certamente dipende dal modo d’addestramento. A me, comunque, fa piacere trattare il mio cane come camerata che condivide la mia gioia del lavoro. Sento una profonda pietà per cani che strisciano dietro il loro conduttore con la coda quasi fra le gambe e sento la stessa pietà per cacciatori che non hanno quel rapporto amichevole con il proprio cane. Il cane dovrebbe sempre essere amico e collega, non quel poveraccio che ubbidisce solo agli ordini del suo padrone.
Sandra: Proprio così. Il cane è un partner insieme al quale mi rallegro per le nostre uscite di caccia.
Christa: Non so nemmeno se funzionerebbe altrimenti! Voglio dire, si passa il periodo dell’addestra-mento insieme, poi si lavora insieme, si cresce proprio insieme e solo in base ad obbedienza più fiducia reciproca il cane risulta affidabile a caccia.
Sabine: Guarda, chi vuole un cane con ubbidienza cieca e assoluta si prenda un Pastore tedesco o meglio ancora il “Robo Dog” della Sony… Nel cane da caccia invece è necessaria una certa autonomia nell’agire e decidere poiché è il cane che fiuta e segue… non l’uomo.
Michaela: Appunto! Il cane possiede delle capacità che noi non abbiamo (velocità, naso finissimo, destrezza ecc.) e quindi è giusto che in determinate situazioni il cane decida da solo come procedere. Non a caso si dice del lavoro sulla pista di sangue “Il cane ha sempre ragione”.

Andare in vacanza insieme? Certo!
Quindi, per voi, il cane che svolge il suo compito a caccia può e deve essere anche amico e cane da famiglia?
Anke: Certo! I miei cani sono sempre stati amici e compagni di vita e fra l’altro mi stanno intorno tutto il giorno. Questo più la coerenza dell’addestramento incrementano la fiducia e il legame fra di noi.
Sandra: Naturalmente! Noi viviamo con tre cani da caccia in casa e ogni tanto dormono perfino a letto con noi. E allora..?!
Christa: Dico di sì anch’io! Solo la vicinanza fisica col mio cane, il tanto lavoro affrontato insieme m’insegna come “leggere” Rocky e crea tra lui e me un legame che gli dà la giusta motivazione di lavo-rare per me nel senso più positivo di questa espressione.
Sabine: I nostri cani sono naturalmente membri della famiglia ad ogni effetto.
Michaela: Secondo me il cane lavora veramente bene solamente quando è considerato e trattato come partner e amico.
Ritorniamo ancora all’addestramento. Tanti sono i profani che credono che il cane da caccia per essere utile nel suo mestiere deve per forza essere addestrato con durezza ed estrema severità. Cosa ne dite?
Anke: No!
Sandra: No! Ci vuole solamente coerenza!
Christa: Domanda difficile... Prima di tutto  niente ci vuole „per
forza“. Poi dipende dal carattere del cane, dal rapporto uomo-cane, dal compito preciso che il cane dovrà svolgere a caccia e così via. “Durezza” – cosa vuol dire? Nella quotidianità venatoria e se-condo il lavoro richiesto dal cane ci sono cose che lui deve fare: per esempio riportare l’anatra ferita dall’acqua profonda per poterla liberare dalla sofferenza il più veloce possibile. E cose che non deve fare in nessun caso: per esempio toccare il leprotto accucciato nell’erba. Per insegnargli queste regole magari ci vuole una certa durezza nel senso di conseguenze sgradevoli se non ubbidisce. Ma, come dicevo prima: dipende dal cane e certamente si usa “la durezza” il meno possibile per arrivare allo scopo. Severità estrema,  cosa intende? Se parliamo di coerenza, va bene, perché quella ci vuole sempre. Il comando “Down” per esempio è un ordine che può salvare la vita al cane e perciò lo deve sempre eseguire. Leggerezza nell’insegnare questa lezione non sarebbe gentile ma micidiale.
Sabine: Coerenza è tutto.
Michaela: Lo dico anch’io.
In passato fra tanti cacciatori era usanza di tenere il cane da caccia in qualche serraglio e ben staccato dalla vita quotidiana del suo padrone. Lo ritenete sensato o necessario?
Anke: No. Un cane tenuto lontano dal suo padrone in questa maniera non può essere socializzato come dovrebbe e dubito che il rapporto fra cane e conduttore diventerebbe veramente buono…
Sandra: No. Tutti i nostri cani vivono in casa.
Christa: No. L’unica eccezione che faccio è quando mi devo completamente concentrare su un lavoro.
Allora dò l’ordine ai cani di andare nel loro posto preferito, della stanza, e di starci finché non li richiamo. Ovviamente, dopo averli “liberati” si gioca insieme in grande allegria!
Sabine
: Conosco quel concetto as-surdo dei vecchi cacciatori e non lo condivido assolutamente. Il cane fa parte della famiglia e ha gli stessi diritti degli altri membri – incluso quello di vivere in casa con noi.
Michaela
: Che cretinate facevano una volta! Il posto del mio cane è al mio fianco. In casa e ovunque.

Vita in serraglio? Ma va..!
Una volta si pensava anche che il cane per diventare un cane da caccia “serio” non dovesse giocare con i suoi simili. Come vedete quest’antico dogma?
Anke: Il contatto e il gioco con i suoi simili è importantissimo per lo sviluppo psico-fisico del cane e naturalmente non diminuisce né le sue capacità venatorie né la sua voglia di caccia. Al contrario, da adulto è più socievole e affidabile anche con gli altri cani.
Sandra: Faccio regolarmente incontri con altri proprietari di cani per far giocare insieme tutti i nostri quattrozampe come vogliono. Poi, avendone tre a casa, anche fra di loro giocano e gli fa un gran bene.
Christa: I cani sono animali di branco e hanno bisogno di poter comunicare fra di loro, anche giocan-do. Inoltre, a caccia vogliamo che tutti i cani presenti vadano d’accordo, quindi...!
Sabine: Spero che queste idee antiquate ormai non siano più praticate. Niente è più importante per lo sviluppo del cane che il contatto sociale di ogni genere con i suoi simili.
Michaela: Stupidaggini di una volta..!
Prendiamo un cane da caccia con doti normali, ossia non è né genio né stupidotto. Secondo voi, quali sarebbero i principi basilari di un metodo d’addestramento giusto per lui?
Anke: Prima di tutto ci vuole un ottimo „imprinting“. Poi si dovrebbe insegnargli già da cucciolo l’ob-bedienza delle materie base (cioè venire, sedersi, sdraiarsi, stare seduto e sdraiato, andare al guin-zaglio ecc. a comando) ma senza esagerare, e sempre in modo calmo, paziente e coerente. Poi, arrivando all’addestramento specifico per la caccia direi di non aver fretta, di osservare il cucciolo, di usare ciò che offre da parte sua…Fare lezioni brevi, ma ogni giorno…Naturalmente portarlo a spasso quotidianamente sia in luoghi dove possa incontrare i suoi simili, sia in riserva per abituarlo al suo futuro posto di lavoro…

L'addestramento giusto è sempre individuale.
Sandra: Direi ci vuole calma, affetto, coerenza e mai, mai forza bruta!
Christa: Un vecchio cacciatore una volta disse: “Il cane decide la via dell’addestramento!” Bisogna ad-eguarsi al cane. Avendo un cane dalla protezione degli animali le due cose che mi importano di più sono di poter lasciarlo correre senza guinzaglio al più presto possibile e di poterlo frenare in situa-zioni pericolose con un comando. Naturalmente sa-rebbe tutto diverso se avessi un cucciolo.
Sabine: Penso che il giusto metodo d’addestramento dipende dall’età del cane, dal suo carattere, dalle sue attitudini, dalle sue esperienze precedenti ma anche dal mio carattere. Non solo ogni cane è diver-so dall’altro ma anche ogni padrone. Il metodo che alla fine scelgo deve essere realizzabile per il mio cane e per me stessa. Ciò che ci vuole sempre e co-munque è sensibilità, pazienza e la capacità di inter
-pretare correttamente il cane.
Michaela: Il cane impara attraverso il suo successo. Quanta severità, “durezza” o forza si deve usare per portarlo al successo dipende sempre dal cane, dalla sua età, dal suo livello di conoscenza già  accumulate ecc. Quindi, il metodo universale secondo me non esiste.
Dov’è per voi il limite fra severità e durezza necessaria ed esagerata?
Anke: La severità necessaria per me è sinonimo di coerenza e quindi non c’è pericolo di esagerare. La durezza, limitata, la adopererei solo nel caso che il mio cane si rifiutasse di eseguire un comando ben conosciuto, per esempio il riporto della preda, per provocarmi. Naturalmente, dopo avergli fatto sen-tire gli effetti negativi della sua disobbedienza seguirebbe subito una gran lode per il comportamento corretto e desiderato! Del resto, ci vuole sempre sensibilità nell’applicare una punizione e purtroppo tanti che addestrano un cane qui falliscono. Botte, calci e urla non sono metodi d’addestramento come la durezza non può esserne la sua base.
Sandra: Far sì che il cane non vada fuori mano è necessario, ma picchiarlo, maltrattarlo con l’uso di collari spinati o impulsi elettrici no. Decisamente no!
Christa: Prima di tutto il cane deve capire ciò che gli chiedo di fare. Per ottenere questo io come in-segnante devo avvicinare il cane al suo compito con piccoli passi, con ripetizioni, con lodi e ricompense  appena fa la cosa giusta. Solo al momento che il cane ha compreso la sua lezione e sa che al suo com-portamento corretto segue sempre e subito una reazione positiva e piacevole da parte mia posso con-siderare le punizioni come mezzo di correzione se il cane dovesse rifiutarsi di fare ciò che desidero.
Tramite le mie esperienze con Roc-ky, che ricordo, è venuto da me dalla protezione degli animali ed era già adulto e piuttosto rovinato dal suo proprietario precedente, ho imparato a non scartare tutti i mezzi e metodi “duri”. All’inizio, per esempio, ho dovuto usare in de-terminate situazioni e per la sicu-rezza di Rocky stesso il collare spinato largo e lo farei di nuovo se fosse necessario. Ma il limite è certamente oltrepassato quando si causano dolori forti al cane, per esempio usando un colare spinato stretto o con “spine” appuntite. Queste cose per me sono tabù come del resto le botte, i calci ecc.

Pointer Nele fa "down".
Sabine: Direi che il limite è da definire per ogni cane individualmente.
Michaela: Sì, è il cane che determina la misura di durezza necessaria o esagerata, ma questo richiede dall’addestratore la capacità di osservare, interpretare e analizzare continuamente e correttamente il cane. Ma generalmente parlando è chiaro che i mezzi duri non devono mai essere applicati in momenti di emozioni negative, ossia quando l’addestratore perde le staffe, o senza giustificazione. E la delusione o impazienza del conduttore non è una giustificazione! Inoltre, il cane deve sempre riconoscere una via d’uscita dalla situazione sgradevole della punizione. Intendo dire, appena il cane smette di reagire in modo indesiderato e fa quello giusto, segue la mia conferma, la pressione psicologica sul cane termina immediatamente, siamo di nuovo un team, uniti e lui lo deve sentire.
Fra i cacciatori erano in uso – e ci saranno ancora oggi – metodi d’addestramento molto dub-biosi. Sei a conoscenza di qualcuno di essei che trovi completamente da abolire?
Anke: Quando sento del filo spinato mi viene da rimettere e anche il collare ad impulso elettrico non lo userei mai, tanto per la mia razza [Springer Spaniel Inglese] non ci vuole di sicuro. Però sono anche cosciente del fatto, che l’utilizzo di quest’ultimo attrezzo dipende dalla competenza con cui lo si applica, perché va da un leggero formicolare a scosse fortissime che possono rovinare un cane per sempre. Girare dolorosamente le orecchie del cane o picchiarlo sono cose orrende e imperdonabili.
Sandra: C’è gente che per insegnare al cane a stare al suo posto lo lega con il collare spinato ad un guinzaglio di 4 metri per poi lasciarlo correre con forza nelle spine del collare..! Come se non ci fosse altro modo per fargli capire! Poi sono anch’io contro il collare ad impulso elettrico.

Kurzhaar Lutz
Christa: Non ho ancora tante esperienze con il mondo venatorio, ma credo che un certo tipo di emozionalità può essere un grande pericolo nell’addestramento. Voglio dire, di non curarsi del cucciolo, di lasciarlo fare ciò che vuole o persino trovare “carino” quando mostra un comportamento che fra pochi mesi sarà da proibire, e poi essere appunto deluso del cucciolone e sfogare la propria rabbia e frustrazione con botte, urla o altri mezzi duri è un comportamento sbagliato.
Sabine: Cosa non sopporto sono le persone che per causa della propria incapacità di insegnare qualcosa a qualcuno agiscono in modo completamente incontrollato con brutalità ed ira per arrivare a tutti i costi allo scopo di sottomettere e di far “funzionare” un animale. E’ un’attitudine disgustosa in tutti, siano cacciatori, addestratori di cani, cavalli o altro.
Michaela: C’è chi non si prende il tempo d’insegnare, e quindi non dà al cane il tempo necessario per imparare ciò che è richiesto. Spesso la reazione è durezza e severità  esagerata  nate dall’emozio-nalità sbagliata già nominata da Christa. Aborrisco i cacciatori che tormentano i loro cani poiché non sono in grado d’addestrarli con competenza e non vedono in loro altro che strumenti.
Secondo voi, si può essere cacciatore e nello stesso momento protettore degli animali?
Anke: Certo! Caccia significa  regolazione delle popolazioni, mettere fine alla sofferenza di selvaggina malata, indebolita o ferita,  cura e mantenimento degli habitat per tutte le specie. La custodia dei selvatici e del loro ambiente è il compito principale del cacciatore, e sono proprio i cacciatori che aiutano nel periodo del taglio dei campi ad evitare la morte accidentale dei cuccioli di capriolo e lepre e che spiegano al pubblico il significato della protezione degli animali e dell’ambiente.
Sandra: Proprio così! Ma protezione degli animali per me significa anche poter fare lavorare un cane secondo le sue doti. E un cane da caccia rimarrà sempre tale. Dove potrebbe essere più felice se non con un cacciatore ragionevole e sensibile che lo fa lavorare tutti i giorni?
Christa: Vedo la caccia come protezione degli animali pratica. Custodisce la selvaggina che è il nostro primo e più importante scopo, regola le popolazioni troppo numerose e favorisce la crescita di quelle scarse. Ma anche la carne di selvaggina come cibo “raccolto” dal cacciatore crea molta meno sofferenza all’animale che la bistecca del negozio o il mangime del cane in scatola. Io conosco tanti cacciatori che sono attivi nella protezione degli animali e dell’ambiente, e sarebbe bello se cacciatori e membri delle associazioni per la protezione finalmente vedessero e approfittassero di tutto ciò che hanno in comune piuttosto che notare sempre quello che li separa.
Sabine: Il senso della caccia è la conservazione di tutta la varietà che ci offre la fauna e flora nostrana. Ci sono parecchie azioni che cacciatori e protezione degli animali e dell’am-biente realizzano insieme: mettere a disposizione dei pipistrelli [animali piuttosto rari in Germania] luoghi nel bosco dove costruire i loro nidi; cura-re e mantenere biotopi umidi per gli anfibi; creare zone agli gli uccelli per covare e crescere indisturbati i pic-coli, pulire boschi e sentieri, control-lare e monitorare lo stato di salute degli alberi, delle acque, della selvag-gina e così via. Bisogna anche dire che

Sabine Hochhäuser con la sua Weimaraner Afra.
non tutto ciò che viene fatto nel nome della protezione degli animali è poi così positivo… Basta pensare al fenomeno dell’ “Animal Hoarding”, cioè la raccolta da parte di certe persone di animali in casi di emergenza. Lo stato di trascuratezza che subiscono quegli animali tenuti insieme in gran numeri dai loro „protettori“ spesso è scioccante.
Michaela: Purtroppo tanti animalisti ed ambientalisti attualmente non riconoscono la possibilità di collaborare con i cacciatori aperti e sensibili. Specialmente quando parliamo di cani che sono stati accolti dalla protezione degli animali - chi conosce meglio i cani da caccia se non i cacciatori “buoni”? Chi meglio può valutare il carattere, i problemi, i passi necessari per questi cani?
I critici vedono nella caccia l’inutile assassinio della selvaggina per il divertimento del caccia-tore. Cosa ne pensate voi?
Anke: L’uccisione inutile di un animale non è caccia e la persona che vuol solamente sparare il suo fu-cile non è un cacciatore. I critici, temo, preferiscano vedere solamente i capi di selvaggina uccisi nelle battute e ignorano tutti gli altri numerosi compiti primari del cacciatore, al primo posto la custodia degli animali e del loro ambiente. Del resto mi chiedo, chi va immediatamente a cercare e porre fine alla sofferenza della numerosa selvaggina ferita sulle nostre strade se non i cacciatori? Nella periferia delle grandi città come Berlino ed Amburgo ormai i cinghiali e le volpi creano non solo disturbo ma veri danni perché le loro popolazioni sono troppo grandi e di conseguenza si avvicinano sempre di più alle abitazioni ove trovano cibo, frugano nei bidoni della spazzatura, “arano”  orti e giardini… Persino chi è contro la caccia ripenserà la sua posizione di fronte a questi sviluppi.

"Porci ante portas"
Sandra: Com’è già stato detto più volte: la caccia è prima di tutto custodia e cura della natura e dei suoi abitanti. L’obbligo che c’è per ogni riserva di uccidere un determinato numero di capi si compie di solito con animali malati o feriti! Altroché sparare inutilmente..! E quanto al divertimento: il piacere del cacciatore è di stare possibilmente tutti i giorni nella natura e di avvicinarsi agli animali selvatici come poche altre persone riescono!
Christa: L’uccisione della selvaggina non è, infatti, inutile ma serve a mantenere la salute della popolazione, a prevenire malattie e
stress causato dalla sovrappopolazione, a proteggere determinate specie che fanno da preda per altre e finalmente ad ottenere della carne di altissima qualità. Personalmente sono vegetariana, ma rispetto la tanta gente, i miei familiari ed i miei cani inclusi, che mangiano la carne. E a questo punto preferisco “usare” un animale che ho ucciso io piuttosto che favorire la sofferenza del bestiame negli allevamenti di massa e la tortura del mattatoio.
Sabine: Chi va a caccia per il divertimento di uccidere dovrebbe riflettere sinceramente sui propri problemi perché ne ha… Posso solo ripetere: lo sparo consapevole e necessario ad un selvatico rappresenta la minima parte delle responsabilità del cacciatore. Lui è praticamente il manager della sua riserva. Basta accompagnare un cacciatore per vedere e capire i numerosi compiti che deve svolgere quasi quotidianamente…L’addestramento e l’uso del cane da caccia ne fanno parte.
Michaela: Per via de miei studi di scienza ed economia forestale mi sento particolarmente responsabile verso il bosco. Studi scientifici dimostrano che un economia forestale ecologica ed economica non è fattibile senza la caccia.

Traduzione: Sabine Middelhaufe
Revisione delle bozze:

Catia Santopadre
Il testo in tedesco lo trovate qui.

 

 

Foto:
Lange 3, 8, 18
Hochhäuser 6, 9, 16
Jung 4, 10
Kuntzsch 1, 5, 13
Hahn 2, 17
Kokemor 11, 12
Kruse 14
Bianca 15

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